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Bari, la Puglia e il Medioevo che non ti aspetti

Immagine di Bari, la Puglia e il Medioevo che non ti aspetti

29 aprile 2015 · di ilmondodigalatea

Non credevo che Bari fosse così bella. Me l’avevano detto, che era bella, ma pensavo che fosse di un bello normale, quello che guardi e pensi: «Che bello!». Invece Bari no, Bari è di quel bello che la guardi e non dici niente. Bari è di quel bello che ti lascia senza fiato.

Ci sono arrivata in una giornata che sembrava nata apposta per farti apprezzare il creato. Il cielo blu, l’aria cristallina e pulita come un panno lavato di fresco. Non ce li abbiamo cieli così al nord, per quanto ci possiamo impegnare: da noi il cielo è celeste, azzurro e terso, per carità, ma resta sempre un po’ pallido e sbiadito; e il nostro sole splende, ma ha un tono di luce più clemente: è un sole nordico e distaccato. A Bari il sole non è sole, è Apollo in tutta la sua apollinea chiarezza: è un sole netto che taglia l’aria con raggi precisi come saette, e la brezza risplende di luce. Un sole da età classica, ma è questo che ti spiazza, a Bari. Che l’antichità non c’è, c’è il Medioevo, ed è ovunque. A Bari Vecchia, nella chiesa di S.Nicola e nella Cattedrale, nei vicoli, nei palazzi, nei bastioni. Ma è un Medioevo inaspettato, quello di Puglia, per noi che veniamo da Nord e dell’età di mezzo abbiamo una visione precisa, fatta di grandi cattedrali oscure ed opprimenti, di freddo e di poca luce: pare quei mille anni siano stati un enorme inverno piombato sull’umanità all’improvviso, stendendo una coltre pesante di nebbie, di piogge torrenziali, di fango che si fa poltiglia nelle strade, di nevi e di venti ghiacciati; come se i barbari, calando, si fossero portati dietro anche il loro clima, oltre che i loro usi e costumi.

Invece il romanico di Bari è chiaro, e caldo. Dà un senso di libertà e di fierezza ma anche di pulizia e di lievità, come un vento leggero che muove le tende di lino di un terrazzo affacciato sul mare.

Ha il colore ocra delle pietre del sud, il romanico pugliese, che i restauri novecenteschi hanno reso ancora più bianche del dovuto, per opera di tal sovrintendente Schettini, gran smerigliatore di cattedrali e abbattitore di sovrastrutture barocche. Ma non è solo chiaro, il romanico di Puglia, è anche lineare, di una purezza che ricorda l’architettura razionalista, e illess is more.

Fa uno strano effetto camminare per Bari Vecchia, su quelle pietre pulitissime che sembrano essere state incerate alla mattina presto da massaie orgogliose. Giri un angolo e hai l’impressione di poter incrociare ancora cavalieri medievali. Ma sono cavalieri particolari, di quelli che fanno su e giù per il Mediterraneo e conoscono l’Oriente e i porti della Siria e della Palestina. Sono gente che tanto ha visto ed ha imparato le sfumature del tutto: non marcantoni che sbraitano in lingue gutturali e mulinano spadacce per sventrare a caso nemici, ma viaggiatori del mondo colti e poliglotti, che hanno imparato altrove molto e molto hanno da narrare. Conoscono i cunicoli delle imprendibili rocche musulmane e i monasteri cristiani arrampicati sulle rocce, il caldo afoso del deserto e le moschee dalle piscine a specchio e i cortili con finestre che sembrano merletti; hanno passato le notti a vegliare sui ponti delle navi sotto un cielo di lapislazzuli, hanno sorseggiato tè con dotti damasceni all’ombra di palme in giardini islamici, comprato pietre brillanti da mercanti persiani, ascoltato i muezzin intonare i loro canti al tramonto, mercanteggiato spezie e tappeti nelle casbe.

C’è un fantasma che aleggia per quelle vie e per tutta la regione: è lui, ilPuer Apuliae, lo stupor mundi: Federico. Si fa difficoltà a capire questo strano rampollo di nordica stirpe, mezzo svevo e mezzo normanno, se non si vede la Puglia e non la si bazzica un poco. Perché solo quando vedi dove ha vissuto capisci come poteva ragionare quest’uomo così particolare, che sembra fuori luogo e fuori tempo nel Medioevo che invece lo ha partorito, e fuori contesto nell’Italia che amò follemente senza mai esserne ricambiato fino in fondo.

E invece lì, passeggiando fra le navate bianche e lisce, nitide e nette come templi greci, in quella terra dove i busti antichi non si distinguono da quelli più recenti e i bassorilievi medioevali sono un tutt’uno con quelli classici che li precedevano, e i ghirigori bizantini sfumano in quelli arabi, in quella terra dove l’impero romano sembrava essere proseguito senza scosse, passando nelle mani dei Bizantini per poi essere raccolto da quelle dei Normanni, Federico si capisce e si spiega, e la sua mente cessa di apparire una anomalia, ma si manifesta come una logica conseguenza. È questo flusso che spiega Federico, il suo regno, la sua cultura e la sua vita. Il suo sentirsi dentro il tempo come erede di una tradizione più antica che era giunta a lui intatta e che doveva non far rivivere, perché non era morta, ma solo rinverdire. Il suo sentirsi ponte fra le due sponde del Mediterraneo che erano nella sua mente ancora un tutt’uno, il suo non riuscire a vedere come nemici o avversari o anche solo come “altri” gli ebrei, i musulmani, i bizantini, perché per lui non erano e non potevano essere estranei o altri, ma solo vicini di casa, compagni di vita, gente con cui era cresciuto, giocando a nascondino per gli anfratti dei palazzi, fra i cortili e i giardini di ulivi, palme e fichi d’india.

Ci sono pietre che spiegano mondi, e in Puglia spiegano la storia.

Ci sono terre che vanno lette come antichi manoscritti. Ecco, la Puglia è quella roba lì.



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